Primi giorni d’Africa: periodo frenetico, ho rischiato lo stordimento da novità; tutto nuovo e enormemente diverso. Tante le cose che mi hanno colpito, si accavallano tutte nella mia testa e a fatica riesco a metterle in ordine.
I primi giorni nella capitale. Maputo mi ha accolto nella transizione da un continente all’altro come città del sud del mondo fortemente contaminata dalla ricchezza del nord. Nel brulicare di vita delle sue larghe strade di stampo coloniale si colgono contrastanti i segni della povertà diffusa e quelli di una ricchezza ostentata senza pudore. Sotto le acacie dai fiori variopinti che sorgono imponenti in mezzo ai larghi e corrugati marciapiedi, si trovano improvvisati banchetti dove la gente vende qualche verdura (patate, cipolle, pomodori) e frutta (manghi, banane, papaie). Diverse sono le persone che si vedono rovistare nell’immondizia accanto ai cassonetti. Poco distante, sulle strade spesso disastrate e in questo periodo rese ancora più impercorribili dalle abbondanti precipitazioni che accompagnano tutti gli anni la stagione delle piogge, lussuose Mercedes transitano impacciate.
Il tentativo di occidentalizzarsi della classe più ricca del paese è evidente soprattutto in centro dove sorgono diversi centri commerciali del tutto identici a quelli che si trovano nelle nostre città. Una volta entrato ti lasci ingannare dalle vetrine tirate a lucido e dalle grosse scritte riportanti i brands di moda più famosi (D&G, Adidas, Nike.…): hanno aria casalinga. Ancora: la disposizione ordinata degli articoli, una piacevole aria condizionata, un po’ di musica soft… mi sono già dimenticato di essere in uno di paesi più poveri del pianeta. A Maputo, chi se lo può permettere, può avere tutto: dalla polenta Valsugana all’ultimo modello di videofonino touch screen. I trenta e più gradi che ritrovi ad aspettarti fuori dalla porta ti riportano alla realtà, un venditore ambulante di batik ti si accolla insistente, sono a Maputo.
Oltre a questo forte contrasto ricchezza/povertà mi ha colpito anche il tentativo di chi, appena fuori dalla povertà estrema, tenta comunque di imitare il modello occidentale, spesso prendendo solo il peggio.
Molte macchine montano sgargianti cerchi in lega cromati: se sulle macchine nuove questo ha un effetto molto tamarro, su quelle vecchiotte e un po’ ammaccate l’effetto è terribilmente kitch. La musica da discoteca è molto popolare, nonostante le loro musiche tradizionali siano molto più belle, e spopola anche nei programmi televisivi. Presso le botteghe di barbieri e anche nei negozi di abbigliamento la musica è sparata a tutto volume, tanto che fuori in un primo momento è facile scambiarli per disco-bar; molte macchine transitano con il volume dell’autoradio al massimo. Indubbiamente qui la musica piace come da noi, solo che in Italia ci rimbecilliamo infilandoci nelle orecchie ore al giorno microscopiche auricolari, qui il rimbecillimento è invece comunitario, sembra che ci sia comunque un lato sociale nella condivisione di quintalate di decibel.
Il telefono cellulare è molto diffuso, anche se presente da pochi anni, ovunque si vedono pubblicità dei due principali gestori di telefonia: Vodacom e Mcel.
Lo stato è molto debole e quasi inesistente, più della metà del suo budget è formato da aiuti esteri.
Per esempio i trasporti pubblici di Maputo sono gravemente lacunosi (anche se il governo ha appena annunciato l’acquisto di 50 nuovi autobus) e quindi la gente si organizza: caratteristici sono i chapa (o ciapa), piccoli pulmini che in Europa difficilmente potrebbero trasportare più di 8-9 persone e che qui arrivano a trasportarne più di 20 tranquillamente, sedute una sopra l’altra; costo della corsa 5 meticais (12 cent. di Euro). Ne ho preso anch’io uno una sera per andare, con altri due volontari, a mangiare un boccone alla Feira Popular, quartiere “in” con molti locali aperti anche fino a tarda notte.
Sceso dal fortunoso mezzo di trasporto, ci ha fermato una pattuglia di polizia per chiederci i documenti, ma era solo un pretesto: dopo aver controllato frettolosamente i nostri passaporti un poliziotto ci ha chiesto esplicitamente se non avevamo qualche spicciolo da dargli per prendere una bibita. Non siamo riusciti a trattenerci e gli abbiamo riso in faccia per la sua sfrontatezza. Lui se ne è tornato sulla camionetta visibilmente imbarazzato.
Mentre ero a Maputo un altro episodio mi ha fatto capire come sia conciato lo stato mozambicano. Un cooperante Italiano che lavora anche per CeLIM ha vinto un concorso fotografico sulle bellezze naturali del Mozambico indetto dal ministero mozambicano per il turismo. I giorni scorsi si è recato al ministero per ritirare il premio: un assegno da 500 dollari. Una volta recatosi in banca per la riscossione ha però scoperto che gli era stato dato un assegno scoperto!
Dopo due gironi nella frenetica capitale mozambicana mi sono spostato a Quelimane, sede del mio progetto. Quelimane, capoluogo della regione Zambesia, è molto più piccola di Maputo (circa 180.000 abitanti) ed è una città decisamente più “provinciale”. Le automobili sono rare, invece per le strade c’é un mare di biciclette, parecchie sono anche le moto, tutte di piccola cilindrata e molte di fabbricazione indiana.
Anche qui l’impronta del colonialismo portoghese è evidente nelle architetture del centro. A differenza di Maputo ci sono pochi palazzoni di stampo marxista, che invece caratterizzano il panorama della capitale. Qui si notano diversi quartieri costituiti da semplici capanne fatte di fango e foglie di palma. Quelimane ha un porto commerciale sul Rio dos Bon Sinais, fiume molto largo che sfocia a pochi chilometri nell’Oceano Indiano; vi attraccano anche navi porta container. Pur essendoci parecchi negozi (tutti gestiti da indiani), banche, ecc., qui non ci sono centri commerciali come a Maputo e non si trova proprio tutto. Inoltre i prezzi sono notevolmente alti se paragonati al tenore di vita della popolazione, molte merci hanno più o meno lo stesso prezzo che hanno da noi in Europa (come anche a Maputo d’altronde) perché è tutto importato dal Sud Africa; di conseguenza solo poche persone possono permettersi di fare acquisti nei negozi. Per tutti gli altri ci sono i brulicanti mercati, dove i prezzi sono più bassi (anche se non di molto), la qualità delle merci anche.
I primi giorni nella capitale. Maputo mi ha accolto nella transizione da un continente all’altro come città del sud del mondo fortemente contaminata dalla ricchezza del nord. Nel brulicare di vita delle sue larghe strade di stampo coloniale si colgono contrastanti i segni della povertà diffusa e quelli di una ricchezza ostentata senza pudore. Sotto le acacie dai fiori variopinti che sorgono imponenti in mezzo ai larghi e corrugati marciapiedi, si trovano improvvisati banchetti dove la gente vende qualche verdura (patate, cipolle, pomodori) e frutta (manghi, banane, papaie). Diverse sono le persone che si vedono rovistare nell’immondizia accanto ai cassonetti. Poco distante, sulle strade spesso disastrate e in questo periodo rese ancora più impercorribili dalle abbondanti precipitazioni che accompagnano tutti gli anni la stagione delle piogge, lussuose Mercedes transitano impacciate.
Il tentativo di occidentalizzarsi della classe più ricca del paese è evidente soprattutto in centro dove sorgono diversi centri commerciali del tutto identici a quelli che si trovano nelle nostre città. Una volta entrato ti lasci ingannare dalle vetrine tirate a lucido e dalle grosse scritte riportanti i brands di moda più famosi (D&G, Adidas, Nike.…): hanno aria casalinga. Ancora: la disposizione ordinata degli articoli, una piacevole aria condizionata, un po’ di musica soft… mi sono già dimenticato di essere in uno di paesi più poveri del pianeta. A Maputo, chi se lo può permettere, può avere tutto: dalla polenta Valsugana all’ultimo modello di videofonino touch screen. I trenta e più gradi che ritrovi ad aspettarti fuori dalla porta ti riportano alla realtà, un venditore ambulante di batik ti si accolla insistente, sono a Maputo.
Oltre a questo forte contrasto ricchezza/povertà mi ha colpito anche il tentativo di chi, appena fuori dalla povertà estrema, tenta comunque di imitare il modello occidentale, spesso prendendo solo il peggio.
Molte macchine montano sgargianti cerchi in lega cromati: se sulle macchine nuove questo ha un effetto molto tamarro, su quelle vecchiotte e un po’ ammaccate l’effetto è terribilmente kitch. La musica da discoteca è molto popolare, nonostante le loro musiche tradizionali siano molto più belle, e spopola anche nei programmi televisivi. Presso le botteghe di barbieri e anche nei negozi di abbigliamento la musica è sparata a tutto volume, tanto che fuori in un primo momento è facile scambiarli per disco-bar; molte macchine transitano con il volume dell’autoradio al massimo. Indubbiamente qui la musica piace come da noi, solo che in Italia ci rimbecilliamo infilandoci nelle orecchie ore al giorno microscopiche auricolari, qui il rimbecillimento è invece comunitario, sembra che ci sia comunque un lato sociale nella condivisione di quintalate di decibel.
Il telefono cellulare è molto diffuso, anche se presente da pochi anni, ovunque si vedono pubblicità dei due principali gestori di telefonia: Vodacom e Mcel.
Lo stato è molto debole e quasi inesistente, più della metà del suo budget è formato da aiuti esteri.
Per esempio i trasporti pubblici di Maputo sono gravemente lacunosi (anche se il governo ha appena annunciato l’acquisto di 50 nuovi autobus) e quindi la gente si organizza: caratteristici sono i chapa (o ciapa), piccoli pulmini che in Europa difficilmente potrebbero trasportare più di 8-9 persone e che qui arrivano a trasportarne più di 20 tranquillamente, sedute una sopra l’altra; costo della corsa 5 meticais (12 cent. di Euro). Ne ho preso anch’io uno una sera per andare, con altri due volontari, a mangiare un boccone alla Feira Popular, quartiere “in” con molti locali aperti anche fino a tarda notte.
Sceso dal fortunoso mezzo di trasporto, ci ha fermato una pattuglia di polizia per chiederci i documenti, ma era solo un pretesto: dopo aver controllato frettolosamente i nostri passaporti un poliziotto ci ha chiesto esplicitamente se non avevamo qualche spicciolo da dargli per prendere una bibita. Non siamo riusciti a trattenerci e gli abbiamo riso in faccia per la sua sfrontatezza. Lui se ne è tornato sulla camionetta visibilmente imbarazzato.
Mentre ero a Maputo un altro episodio mi ha fatto capire come sia conciato lo stato mozambicano. Un cooperante Italiano che lavora anche per CeLIM ha vinto un concorso fotografico sulle bellezze naturali del Mozambico indetto dal ministero mozambicano per il turismo. I giorni scorsi si è recato al ministero per ritirare il premio: un assegno da 500 dollari. Una volta recatosi in banca per la riscossione ha però scoperto che gli era stato dato un assegno scoperto!
Dopo due gironi nella frenetica capitale mozambicana mi sono spostato a Quelimane, sede del mio progetto. Quelimane, capoluogo della regione Zambesia, è molto più piccola di Maputo (circa 180.000 abitanti) ed è una città decisamente più “provinciale”. Le automobili sono rare, invece per le strade c’é un mare di biciclette, parecchie sono anche le moto, tutte di piccola cilindrata e molte di fabbricazione indiana.
Anche qui l’impronta del colonialismo portoghese è evidente nelle architetture del centro. A differenza di Maputo ci sono pochi palazzoni di stampo marxista, che invece caratterizzano il panorama della capitale. Qui si notano diversi quartieri costituiti da semplici capanne fatte di fango e foglie di palma. Quelimane ha un porto commerciale sul Rio dos Bon Sinais, fiume molto largo che sfocia a pochi chilometri nell’Oceano Indiano; vi attraccano anche navi porta container. Pur essendoci parecchi negozi (tutti gestiti da indiani), banche, ecc., qui non ci sono centri commerciali come a Maputo e non si trova proprio tutto. Inoltre i prezzi sono notevolmente alti se paragonati al tenore di vita della popolazione, molte merci hanno più o meno lo stesso prezzo che hanno da noi in Europa (come anche a Maputo d’altronde) perché è tutto importato dal Sud Africa; di conseguenza solo poche persone possono permettersi di fare acquisti nei negozi. Per tutti gli altri ci sono i brulicanti mercati, dove i prezzi sono più bassi (anche se non di molto), la qualità delle merci anche.
1 commento:
Ciao Federico,
fa piacere leggere le tue cronache dal Mozambico!
Un saluto.
Leonardo
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