È domenica. Dormo un po’ più del solito, non molto, alle sette contemplo già la mia faccia assonnata nell’opaco specchio del bagno. I numerosi vicini sono in piedi da parecchio, come tutti gli altri giorni; il sole detta i ritmi e a quest’ora ha già iniziato la sua corsa da un pezzo nel cielo imprevedibile della stagione delle piogge. Mi siedo al tavolo per la colazione senza l’ansia di aprire la porta e l’inferriata della veranda prima delle sette, orario in cui nei giorni feriali arriva Angelina, la domestica. Dopo il mio consueto caffelatte extralarge esco di casa a piedi per raggiungere la parrocchia della Sagrada a non più di un paio di km di distanza; anche l’orario della messa è qui piuttosto anticipato rispetto agli standard italiani.
Percorsi qualche decina di metri ho già abbandonato il proposito salutista di recarmi in chiesa con le mie gambe: il sole è già ferocemente caldo e non ho intenzione di sciogliermi, almeno oggi. Con un cenno della mano fermo un taxi che mi sta passando accanto.
“Até a Sagrada”: mi accomodo sul sellino posteriore mentre il tassista comincia a spingere energicamente sui pedali. Infatti i taxi qui a Quelimane non sono automobili. Niente macchine sgangherate come a Maputo o Beira, ma biciclette di origine indiana o cinese opportunamente modificate: hanno i portapacchi posteriori costruiti in tondini di ferro, sopra questi è posizionata una rudimentale imbottitura per accogliere il fondoschiena del passeggero. Il viaggio non è il massimo del confort ma ha il suo fascino, ci si sente parte dell’Africa: è la stessa sensazione che si prova immergendosi in uno dei brulicanti e rumorosi mercati della città, oppure salendo le scale di uno dei vecchi palazzi del centro dove ad ogni pianerottolo incontri crocchi di bambini sorridenti sorpresi dal pallore della tua pelle.
Nei pochi minuti di strada provo a dialogare col mio nocchiere. Gli chiedo se lavora sempre di domenica: no, non sempre, è che oggi in casa gli era finita la farina quindi aveva deciso di sgambare un po’, solo la mattina, per procurarsela. Si è un buon lavoro: in una buona giornata, con molto movimento, si guadagna fino a 140-150 Meticais, la media giornaliera è sui 100.
I giorni scorsi ho intervistato altri tassisti, quasi tutti mi hanno confermato che è un buon lavoro, qualcuno è scontento perché c’è molta concorrenza. Tra loro trovo padri di famiglia e studenti. Questi infaticabili pedalatori scorrazzano con i loro passeggeri per le polverose strade di Quelimane dalle 6 alle 22. Diminuiscono parecchio la loro attività dopo il crepuscolo: il rischio di caricare un passeggero malintenzionato che li derubi del taxi è troppo alto.
Arriviamo alla meta, scendo dallo sgangherato mezzo e chiedo il prezzo della corsa: 10 Meticais (25 centesimi di Euro). Mentre pago mi viene in mente la storia degli uomini-cavallo indiani raccontata da Dominique Lapierre ne ‘La Città della Gioia’, loro trainano ricksaw, ma credo potrebbero ben definirsi colleghi di questi eroici tassisti.
Percorsi qualche decina di metri ho già abbandonato il proposito salutista di recarmi in chiesa con le mie gambe: il sole è già ferocemente caldo e non ho intenzione di sciogliermi, almeno oggi. Con un cenno della mano fermo un taxi che mi sta passando accanto.
“Até a Sagrada”: mi accomodo sul sellino posteriore mentre il tassista comincia a spingere energicamente sui pedali. Infatti i taxi qui a Quelimane non sono automobili. Niente macchine sgangherate come a Maputo o Beira, ma biciclette di origine indiana o cinese opportunamente modificate: hanno i portapacchi posteriori costruiti in tondini di ferro, sopra questi è posizionata una rudimentale imbottitura per accogliere il fondoschiena del passeggero. Il viaggio non è il massimo del confort ma ha il suo fascino, ci si sente parte dell’Africa: è la stessa sensazione che si prova immergendosi in uno dei brulicanti e rumorosi mercati della città, oppure salendo le scale di uno dei vecchi palazzi del centro dove ad ogni pianerottolo incontri crocchi di bambini sorridenti sorpresi dal pallore della tua pelle.
Nei pochi minuti di strada provo a dialogare col mio nocchiere. Gli chiedo se lavora sempre di domenica: no, non sempre, è che oggi in casa gli era finita la farina quindi aveva deciso di sgambare un po’, solo la mattina, per procurarsela. Si è un buon lavoro: in una buona giornata, con molto movimento, si guadagna fino a 140-150 Meticais, la media giornaliera è sui 100.
I giorni scorsi ho intervistato altri tassisti, quasi tutti mi hanno confermato che è un buon lavoro, qualcuno è scontento perché c’è molta concorrenza. Tra loro trovo padri di famiglia e studenti. Questi infaticabili pedalatori scorrazzano con i loro passeggeri per le polverose strade di Quelimane dalle 6 alle 22. Diminuiscono parecchio la loro attività dopo il crepuscolo: il rischio di caricare un passeggero malintenzionato che li derubi del taxi è troppo alto.
Arriviamo alla meta, scendo dallo sgangherato mezzo e chiedo il prezzo della corsa: 10 Meticais (25 centesimi di Euro). Mentre pago mi viene in mente la storia degli uomini-cavallo indiani raccontata da Dominique Lapierre ne ‘La Città della Gioia’, loro trainano ricksaw, ma credo potrebbero ben definirsi colleghi di questi eroici tassisti.
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