venerdì 27 agosto 2010

II. Namacata, Nicoadala, Mucaia.

Il termine 'chapa' indica in genere un minuscolo pulmino di origine giapponese, arrivato in Mozambico di seconda mano. Si tratta quasi sempre di Toyota Hiace.
Bisogna distinguerlo dal termine 'machibombo', indicante un pulman vero e proprio, spesso di linea.
A volte gli chapa possono essere mezzi diversi dal classico pulmino; alcuni sono piccoli camioncini attrezzati per i passeggeri con panche sul cassone. Il cassone può essere aperto o chiuso. Fa particolarmente impressione vedere uno chapa con cassone chiuso stracarico di persone (condizione abituale in cui viaggiano): dalle imperfette chiusure del portellone e dalle pareti laterali sbucano mani, braccia, facce, gambe dei passeggeri. Ce ne sono così tanti che pare siano stati caricati con una ruspa.
Il camioncino su cui mi trovo è invece più grande della media, non ha panche ma sul pianale posteriore i passeggeri riescono a stare piuttosto larghi.
Nonostante io sia decisamente più spigoloso della mamma, il bimbo che ho in braccio si è subito addormentato. Quando la mamma me l'ha affidato non ha fatto un verso. Incurante che la madre lo lasciasse nelle braccia di un estraneo per raggiungere il cassone posteriore, il bebè mi ha scrutato un attimo con due giganti e profondi occhioni neri e si è subito sistemato al meglio sulle mie gambe, come se mi conoscesse da sempre. Qualche istante dopo si è addormentato.
Percorriamo la strada che esce dalla città di Quelimane, oltrepassato il Mercado do Lixio la striscia di asfalto attraversa i quartieri più periferici e più poveri, dove le case (capanne) sorgono sparpagliate sotto fitti palmeti.
Dopo una curva le palme e le capanne finiscono improvvisamente, si apre ai nostri occhi un terreno acquitrinoso con un basso, verde e discontinuo mangrovieto. In questa zona, in un'area un poco rialzata rispetto agli stagni sorge l'odierna discarica del capoluogo della Zambesia, incredibilmente piccola per una città di duecentomila abitanti. Su un'area vasta a dir tanto come un campetto da calcio, ci sono molti mucchi di rifiuti fumanti.  Ovviamente non esiste raccolta differenziata, a Quelimane è già tanto che esista una approssimativa e intermittente raccolta.
Il fondo stradale, appena lasciata la città, diventa decente: asfalto liscio. Sui lati della strada la folla di bici, carretti e pedoni, tipica delle vie cittadine, si dirada gradualmente. Il nostro camionista aumenta progressivamente l'andatura; mi spiega che durante la settimana trasporta sabbia e materiale edile, il week-end arrotonda trasportando persone.
Ci inoltriamo in un'altra macchia di palme: queste zone di terra, leggermente rialzate e prive di acquitrini ove sorgono fitti palmizi, sono dette 'isole' dagli abitanti del luogo. Al centro di una di esse sorge Namacata, piccolo villaggio rurale, solo palme, capanne e un centro di salute. Mentre mi chiedo di cosa possano vivere gli abitanti di Namacata, vengo assalito dal dubbio atroce: il bimbo dormiente che reggo avrà il pannolino?  Il pannolino qui è un lusso per pochi.
Ecco che, finite le ultime palme, la strada corre in una piatta e sterminata distesa di erba alta e gialla da dove sbucano ad intervalli regolari le marroni cuspidi dei termitai. Qualche airone dal collo sottile osserva da lontano le poche macchine che corrono su questa striscia di asfalto: la pianura è ricca d'acqua, l'ideale per il riso. Rispetto all'epoca precedente la guerra civile ora l'estensione delle risaie è molto ridotta, quest'anno poi più del solito per via de clima anomalo: ha piovuto poco nella stagione delle piogge e sta piovendo ora che è la stagione secca.
Eccoci arrivati a Nicoadala, il bimbo sembra aver rispettato le tradizioni della stagione e non mi ha fatto piovere nulla sui calzoni, lo restituisco sollevato alla mamma e mi avvio con Casimiro verso dei taxi-bicicletta che ci porteranno sgambando fino a Mucaia, 7km più avanti.

1 commento:

Gre! ha detto...

Ma Casimiro... chi è?