Una sera della scorsa settimana Padre Honorio dice che mi avrebbe portato ad una festa tipica Mozambicana. Infilo subito i pantaloni lunghi, memore della figuraccia fatta col vescovo: mi ero presentato in bermuda e sandali.
Dopo due minuti che siamo in strada si inizia a sentire uno strano cigolio, P.Honorio si sporge dal finestrino con aria preoccupata, lo imito dal mio lato. È il mozzo della ruota anteriore sinistra che ha deciso di averne abbastanza delle strade piene di buche di Quelimane. Facciamo dieci minuti a non più di 20 allora, poi parcheggiamo il Toyota anni 80 del padre davanti alla parrocchia della cattedrale, un cenno al guardiano perché tenga d’occhio il mezzo e proseguiamo a piedi.
Altri cinque minuti e arriviamo alle palazzine che avevo visitato il giorno prima. Entriamo in un appartamento al secondo piano. Facce paciose e sorridenti ci accolgono, salutano il padre e salutano me, come fossimo vecchi amici.
Nel salotto, non grandissimo, sedute in cerchio una ventina di persone, alcune di mezza età, altre più giovani. Dal corridoio e dalla cucina si affacciano bambini e giovanetti, alcune donne si affaccendano nella stanza accanto. Una credenza con vetrina, del tutto simile a quelle presenti nelle nostre case, occupa una parete; accanto ad essa veglia su tutti i presenti un orologio con l’immagine di un’ultima cena in versione psichedelica: raggi di luce colorati che si dipartono lampeggiando dal centro della scena. Sulla parete di fronte un gigantesco rosario luminescente testimonia la fede di questa famiglia.
In realtà le famiglie riunite nell’appartamento sono due: P.Honorio mi spiega che sto assistendo al rito chiamato “lobolo”. È la cerimonia con cui si ufficializza un matrimonio. I parenti di lui si recano nella casa di lei. Si veste la futura sposa a festa e la si accoglie con un canto tradizionale ritmato dal battito delle mani. Intanto il futuro sposo aspetta fuori di casa.
Poi una lunga contrattazione, i parenti di lui fanno lunghi discorsi e quindi posano sul pavimento diverse banconote, anche di grosso taglio. I parenti di lei rispondono con altrettanti salamelecchi poi prendono il denaro e lo infilano sotto la tovaglia del tavolo. Ogni tanto un canto suggestivo. Avanti così per un’oretta buona. Mi pento di aver messo i pantaloni lunghi, per giunta i ventilatori sul soffitto vengono spenti per non far svolazzare ovunque le banconote. Quando ormai i miei glutei si sono sciolti e formano un tutt’uno con la finta pelle della sedia, entra lo sposo. Tutti in piedi ad applaudire, mi scollo con sollievo dal mio sedile.
Si rimane in piedi per la presentazione ufficiale: si fa il giro, scopro che le persone che hanno parlato fin’ora non sono i genitori degli sposi ma gli zii da parte della madre. Siamo in due famiglie dove la parentela conta per via matrilineare: lo sposo entra a far parte della famiglia della sposa, è per questo che i suoi parenti pagano, pagano anche per stabilire la data del matrimonio, il luogo dove vivranno, ecc. Il giro di presentazione arriva a me, sono decisamente imbarazzato: ci pensa P.Honorio a presentarmi e sono benignamente accolto anche se totalmente estraneo.
Si passa al cibo: l’atmosfera da cerimonia carica di simboli e significati a me oscuri si stempera in una più familiare, allegra e confusa ressa attorno al tavolo delle cibarie. C’è ogni ben di Dio e assaggio un po’ di tutto: carne, riso, polenta (scima), pesce, qualcosa che assomiglia all’insalata russa, alcune polpette dal ripieno ignoto ma gustoso. Non mancano le birre, Laurentina clara e Laurentina preta, prodotte in Mozambico, molto buone. Uno zio dello sposo attacca bottone, racconta di una cugina a Modena (o a Parma); nonostante il mio vuoto in portoghese ci si intende: sarà l’effetto magico della Laurentina preta.
Dopo due minuti che siamo in strada si inizia a sentire uno strano cigolio, P.Honorio si sporge dal finestrino con aria preoccupata, lo imito dal mio lato. È il mozzo della ruota anteriore sinistra che ha deciso di averne abbastanza delle strade piene di buche di Quelimane. Facciamo dieci minuti a non più di 20 allora, poi parcheggiamo il Toyota anni 80 del padre davanti alla parrocchia della cattedrale, un cenno al guardiano perché tenga d’occhio il mezzo e proseguiamo a piedi.
Altri cinque minuti e arriviamo alle palazzine che avevo visitato il giorno prima. Entriamo in un appartamento al secondo piano. Facce paciose e sorridenti ci accolgono, salutano il padre e salutano me, come fossimo vecchi amici.
Nel salotto, non grandissimo, sedute in cerchio una ventina di persone, alcune di mezza età, altre più giovani. Dal corridoio e dalla cucina si affacciano bambini e giovanetti, alcune donne si affaccendano nella stanza accanto. Una credenza con vetrina, del tutto simile a quelle presenti nelle nostre case, occupa una parete; accanto ad essa veglia su tutti i presenti un orologio con l’immagine di un’ultima cena in versione psichedelica: raggi di luce colorati che si dipartono lampeggiando dal centro della scena. Sulla parete di fronte un gigantesco rosario luminescente testimonia la fede di questa famiglia.
In realtà le famiglie riunite nell’appartamento sono due: P.Honorio mi spiega che sto assistendo al rito chiamato “lobolo”. È la cerimonia con cui si ufficializza un matrimonio. I parenti di lui si recano nella casa di lei. Si veste la futura sposa a festa e la si accoglie con un canto tradizionale ritmato dal battito delle mani. Intanto il futuro sposo aspetta fuori di casa.
Poi una lunga contrattazione, i parenti di lui fanno lunghi discorsi e quindi posano sul pavimento diverse banconote, anche di grosso taglio. I parenti di lei rispondono con altrettanti salamelecchi poi prendono il denaro e lo infilano sotto la tovaglia del tavolo. Ogni tanto un canto suggestivo. Avanti così per un’oretta buona. Mi pento di aver messo i pantaloni lunghi, per giunta i ventilatori sul soffitto vengono spenti per non far svolazzare ovunque le banconote. Quando ormai i miei glutei si sono sciolti e formano un tutt’uno con la finta pelle della sedia, entra lo sposo. Tutti in piedi ad applaudire, mi scollo con sollievo dal mio sedile.
Si rimane in piedi per la presentazione ufficiale: si fa il giro, scopro che le persone che hanno parlato fin’ora non sono i genitori degli sposi ma gli zii da parte della madre. Siamo in due famiglie dove la parentela conta per via matrilineare: lo sposo entra a far parte della famiglia della sposa, è per questo che i suoi parenti pagano, pagano anche per stabilire la data del matrimonio, il luogo dove vivranno, ecc. Il giro di presentazione arriva a me, sono decisamente imbarazzato: ci pensa P.Honorio a presentarmi e sono benignamente accolto anche se totalmente estraneo.
Si passa al cibo: l’atmosfera da cerimonia carica di simboli e significati a me oscuri si stempera in una più familiare, allegra e confusa ressa attorno al tavolo delle cibarie. C’è ogni ben di Dio e assaggio un po’ di tutto: carne, riso, polenta (scima), pesce, qualcosa che assomiglia all’insalata russa, alcune polpette dal ripieno ignoto ma gustoso. Non mancano le birre, Laurentina clara e Laurentina preta, prodotte in Mozambico, molto buone. Uno zio dello sposo attacca bottone, racconta di una cugina a Modena (o a Parma); nonostante il mio vuoto in portoghese ci si intende: sarà l’effetto magico della Laurentina preta.
2 commenti:
Ciao Fede!
pino
Ciao,
sono Ida ex-cenacolina, Emanuela ci ha fatto avere il link del tuo blog, che è davvero interessante!
Attraverso le tue parole sembra di essere lì con te in Mozambico, magari un giorno lo potrei far vedere anche ai miei alunni, visto che insegno geografia.
Buon servizio
Ida
Posta un commento